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Ascensione. Incontro 82
 

Incontro 82 del gruppo biblico

FESTA DELL'ASCENSIONE DEL SIGNORE (B - 2009)

Prima lettura:  At 1,1-11

"Perchè ve ne state a guardare verso il cielo, uomini di Galilea?" Sono queste le prime parole dell'angelo dopo che Gesù ha definitivamente cambiato il suo modo di essere tra noi. Quindi dopo l'ascensione non c'è più nessun motivo per guardare in cielo. E dove dobbiamo guardare? Gesù l'aveva detto prima di salire al cielo ma Luca, con il suo solito scrivere tra le righe, ci segnala tutta la difficoltà delle prime comunità cristiane. Luca precisa che Gesù resta con i suoi discepoli quaranta giorni prima di ascendere e per tutto quel tempo parla loro "delle cose del regno di Dio" (v. 3). Poi Luca dice che Gesù specificò meglio quello che intendeva durante le sue conversazioni a tavola: disse loro di non allontanarsi da Gerusalemme fino alla discesa dello Spirito Santo secondo quanto promesso da Giovanni il Battista. La prima domanda, però, che fanno a Gesù dopo quella lunga catechesi è: "E' questo il tempo in cui intendi restituire la potenza regale a Israele?" . Trovo che la pazienza di Gesù fosse incredibile. Con tutta calma ripete che non è di questo che devono preoccuparsi: il loro compito è: 1) aspettare lo Spirito Santo 2) testimoniare a partire da Gerusalemme, poi la Samaria e infine tutto il mondo (v. 8). Ed è quello che succederà. Solo che più ci si allontanava da Gerusalemme tanto più viva e vera era l'accoglienza verso il Vangelo.

Queste sono le ultime indicazioni date da Gesù, ecco dove bisogna guardare: raccontare la propria esperienza, diffondere il messaggio. Purtroppo, però, finché non verrà lo Spirito a dare coraggio questo non sarà possibile. Nel frattempo essi restano a guardare il cielo, fanno fatica a lasciare il ricordo del Gesù vivo in mezzo a loro.

Il Gesù che mangia con i suoi non c'è più. Non c'è ancora la vita nuova che nasce dallo Spirito. Questi sono i giorni peggiori per i discepoli, i giorni del rimpianto e dell'attesa.

La vita di tutti noi discepoli oscilla continuamente tra queste fasi: ci sono momenti in cui sentiamo Gesù come se fosse a tavola con noi, altri momenti, invece, in cui ci sentiamo proprio soli, infine momenti in cui facciamo esperienza della forza che viene dallo Spirito. L'attraversamento e la valorizzazione di tutti questi momenti è la storia della nostra vita di uomini e di discepoli.

 

Seconda lettura: Ef 4,1-13

La seconda lettura completa la risposta alla domanda: se non dobbiamo guardare in cielo dove dobbiamo guardare? Rispondere a questa domanda significa capire come dobbiamo vivere questo lungo tempo dello Spirito, il tempo in cui non c'è più il Gesù "che mangia a tavola con noi", e non c'è ancora il Gesù "tutto in tutti".

Paolo è prigioniero e scrive alla comunità di Efeso che soffre di divisioni tra diverse sensibilità e modi di vivere il messaggio. Il rischio è perdere per strada qualcuno.

Di fronte a questa situazione Paolo mette l'accento sull'aspetto che egli considera uno dei segni fondamentali di riconoscimento della comunità trasformata dall'azione dello Spirito: l'unità. Come si fa a capire se lo Spirito sta lavorando o se non gli si dà lo spazio giusto? Se c'è unità. La vocazione cristiana è "conservare l'unità dello Spirito". L'unità è dello Spirito. Certo, l'unità passa attraverso la sopportazione paziente, l'umiltà e la mansuetudine ma è dello Spirito, tanto che, se si spera che arrivi per altre strade, si spera inutilmente. Si può essere pazienti quanto si vuole, sopportare quanto si vuole, essere umili quanto si vuole, ma se non c'è l'accoglienza consapevole e "collettiva" dell'azione dello Spirito, l'unità durerà finché durerà la buona volontà delle persone. La comunità che si lascia fare dallo Spirito, invece, vive un'unità che proviene dalla consapevolezza di avere una vocazione comune, quella di arrivare alla "piena maturità di Cristo". Questa espressione di Paolo è interessante perchè parla proprio di ciò che dobbiamo guardare in alternativa al cielo. Paolo parla di Cristo come di qualcosa che ancora non è maturo. Perchè? Spesso Paolo parla di Gesù come di qualcosa da completare (Col 1,24 "Perciò ...completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa" - 1Cor 12,27 "Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte". Ef 4,12 per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo). Paolo non ha fatto esperienza del primo Gesù, quello che "mangia e beve con noi", neppure l'ha visto ascendere al cielo. Paolo non si è mai trovato a guardare il cielo. Per lui Cristo è la comunità. Tutto quello che si riferisce alla comunità è riferito a Gesù. Se la comunità è divisa Gesù è diviso, se la comunità soffre Gesù soffre.

Se volessimo esprimerci con parole più "tecniche" potremmo dire che lo stare insieme dei cristiani non è una realtà sociologica o psicologica ma teologica. Fare esperienza di comunità è, dall'ascensione in poi, l'unico modo di fare esperienza di Cristo. Quindi: perchè guardare il cielo? Guardate i fratelli. Lì troverete la continuità della presenza di Gesù.

 

Vangelo: Mc 16,15-20

 Nei codici più antichi il vangelo di Marco finisce al versetto 8, con la fuga delle donne dal sepolcro e il loro silenzio sull'accaduto. Sarebbe un finale piuttosto brusco e l'unico, al confronto con gli altri Vangeli, che non riferisce niente delle apparizioni di Gesù risorto. Probabilmente il testo originale è stato mutilato per un incidente o un errore di trasmissione. Così dopo il primo secolo e a cavallo del secondo, sono apparsi manoscritti che colmavano il vuoto lasciato dal testo originale. Abbiamo quindi vari finali diversi del Vangelo di Marco ma solo uno è entrato nella versione canonica che possediamo attualmente, probabilmente proprio grazie alla sua antichità. Lo stile è abbastanza diverso da quello del resto del libro di Marco ma resta comunque essenziale e trasmette una sensazione di "riassunto". Infatti riprende espressioni di Giovani e di Luca.

Dobbiamo quindi cogliere le preoccupazioni essenziali dello scrittore sacro:

  • - il primo annuncio è affidato a Maria Maddalena, come in Giovanni. Questa Maria evidentemente aveva lasciato un segno profondo nelle prime comunità cristiane al punto che a distanza di un secolo si sentiva ancora il bisogno di confermarne il suo ruolo essenziale. E' un dato che fa pensare se lo comprendiamo all'interno di una cultura dell'epoca che non lasciava alcuno spazio alla donna se non era quello del servizio e ancora di più se lo paragoniamo al ruolo della donna nell'attuale comunità cristiana, ruolo ancora troppo lontano dalla vera responsabilità dell'annuncio. E' una provocazione ancora molto attuale.
  • - La prima reazione è stata l'incredulità. Un'incredulità che perfino Gesù deve rimproverare (v.14). Questo serve anche a sottolineare il ruolo fondamentale dello Spirito, la differenza, il cambiamento delle persone tra "prima" e "dopo" la Pentecoste. La Chiesa, intesa come comunità di Gesù, non nasce con l'ascensione, non esiste finché le persone stanno col naso per aria.
  • - La Chiesa nasce allora con l'annuncio (v. 15). Interessanti sono i segni che accompagnano l'annuncio vero perchè ci dicono molto dell'esperienza travolgente delle prime comunità cristiane: 1) La cacciata dei demoni. 2) parlare lingue nuove. 3) prendere in mano i serpenti. 4) La resistenza ai veleni. 5) La guarigione degli infermi.

Leggendo i segni che accompagnano l'annuncio mi verrebbe da dire che io non li ho mai visti.. Cosa dobbiamo pensare allora?

Personalmente credo che questi segni ci siano tutti solo che bisogna saperli vedere con occhi diversi. Io vedo demoni scappare ogni volta che ci sono persone che raggiungono nuovi gradi di maturità e di libertà grazie al vangelo di Gesù. Io sento parlare lingue nuove ogni volta che vedo persone tanto diverse parlare e lavorare insieme perchè unite dalla stessa fede. Io vedo persone che prendono in mano serpenti e bevono veleni ogni volta che trovo uno che vive un momento difficile senza esserne distrutto, ogni volta che l'amore dei fratelli sostiene il debole o lo sfiduciato. Insomma io li vedo tutti i segni ogni volta che invece di guardare il cielo e cercare lì fatti sbalorditivi abbasso lo sguardo sui fratelli per guardarli con gli occhi di Gesù.

 
 
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