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Incontro 81 - VI Domenica di Pasqua (B)
 

Incontro 81 del gruppo biblico

VI DOMENICA DI PASQUA B

Prima lettura:  At 10, 25-27.34-35.44-48

 

Quello di domenica prossima è un brano quasi commovente. Se, anziché leggere il riassunto proposto dalla liturgia, leggiamo tutto l'episodio a partire da 10,1 troviamo l'inizio del racconto della conversione di Pietro, cioè il suo definitivo abbandono della religione ebraica e l'approdo alla nuova fede in Gesù. Questo cammino di Pietro è stato faticoso e pieno di resistenze, ma stupendamente e autenticamente umano.

L'episodio in questione inizia con la visione della tovaglia e si conclude con la fusione di due comunità, quella proveniente dall'ebraismo e quella proveniente dal paganesimo. In realtà la convivenza di queste due anime all'interno del primo cristianesimo non è stata mai semplice, fonte di  molte tensioni e di vere e proprie divisioni: quello che a noi interessa è capire come la prima Chiesa le ha risolte perchè il suo modo di risolverle è normativo, per noi, cioè fa parte di quel bagaglio di comprensione che differenzia un discepolo autentico da uno che si illude di seguire Gesù mentre in realtà segue se stesso e le tradizioni umane. La prima Chiesa ha risolto il problema attaccandosi all'insegnamento del Maestro che non ha dichiarato nulla impuro, che non ha fatto distinzione tra persone, che ha sempre e solo accolto e valorizzato senza mai escludere nessuno.

La Chiesa attuale è chiamata a risolvere allo stesso modo i conflitti e le divisioni che, in forme diverse, ancora ci sono all'interno delle comunità: tornare all'insegnamento del Maestro e scegliere la strada che non dichiara nessuno impuro e che fa sentire ciascuno accolto e valorizzato.

E' evidente che non sempre riusciamo a percorrere la strada che il Maestro ci ha così chiaramente indicato.

Seconda lettura:1 Gv 4, 7-10

La prima lettura ci ha mostrato l'inizio di una conversione. La seconda lettura ci mostra gli effetti di questa conversione: un modo completamente diverso e nuovo di giudicare fatti e persone, atteggiamenti e scelte. Fino a prima di Gesù per capire se uno era generato da Dio bisognava conoscere la sua famiglia, la sua storia, verificare la sua fedeltà a delle pratiche religiose, accertarsi delle sue origini. Da Gesù in poi tutto questo non ha più alcun valore: "Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio". Chiunque ama, da qualunque famiglia provenga, comunque sia la sua storia: se ama è da Dio. Questo criterio è utile anche per stabilire chi non è da Dio! Se uno non ama anche se è il più grande teologo del mondo, anche se davanti al nome ha i prefissi più prestigiosi, non ha conosciuto Dio. Infatti conoscere Dio non significa avere delle idee su di lui, sapere delle cose, ma diventare come lui e lui è amore. Tutto il resto sono baggianate, falsità.

Da cosa sappiamo che Dio ci ha amato? Dal fatto che ci ha amati per primo mandando il suo Figlio Gesù. Quindi tutto l'amore che Gesù ci ha comunicato era Dio allo stato puro. L'amore abbandonato di Gesù sulla croce, l'accoglienza dolcissima di Gesù verso chiunque, uomo o donna, ricco o povero, buono o cattivo, santo o peccatore, la forza di Gesù capace di vincere malattia e morte... tutto questo è Dio allo stato puro.

"Dio ha mandato il suo figlio amato nel mondo perchè noi avessimo la vita grazie a lui". Lo scopo della venuta di Gesù è che noi diventassimo come lui, che trovassimo dentro di noi la sua stessa libertà, la sua stessa passione per la vita e le persone, il suo stesso rispetto per gli altri e attraverso tutto questo ci sentissimo vivi e felici.

"Ha mandato il suo figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati". Abbiamo imparato cos'è peccato per Giovanni: pensare che Dio sia qualcosa di diverso da un Padre, pensare che con lui si debba avere un rapporto di dare-avere, credere che Dio stia lì per ricevere la nostra adorazione a scapito della nostra felicità. Il peccato è la distanza Dio-uomo. Gesù è venuto per annullare questa distanza. Egli ha quindi espiato il nostro peccato. Per questo all'inizio della sua lettera Giovanni poteva dire: "Vi scrivo queste cose affinché voi non pecchiate". Giovanni non era scemo. Sapeva che non è possibile non fare peccati, ma il peccato che lui aveva in mente era di altro tipo e chi crede in Dio-amore non commette più quel tipo di peccato perchè annulla la distanza Dio-uomo.

Vangelo: Gv 15, 9-17

A conclusione di tutto quello che abbiamo potuto dire a proposito delle prime due letture ecco il Vangelo. E' il proseguo dell'immagine della vite e dei tralci di domenica scorsa.

Gesù prosegue il suo discorso sul "rimanere nel Padre". In realtà ci sono molti "rimanere": rimanere nel Padre, rimanere in Gesù, rimanere nell'amore. Sono sfaccettature della stessa azione del rimanere. Perchè Gesù ha usato questo verbo che indica il prolungarsi di un'azione? Non è un semplice stare. Rimanere indica la stabilità di uno stato.

Questo verbo è stato scelto da Gesù in contrapposizione alla concezione religiosa del suo tempo. Fino a Gesù l'essere in Dio era uno stato estremamente fragile. Quello che i vecchi catechismi chiamavano "stato di Grazia". Lo stato di grazia si può perdere in un attimo, basta un peccato. Vedere Dio come un contabile precisissimo cui non sfugge il minimo debito non può fare di noi persone serene e ci schianta in una situazione di paura e preoccupazione che ci impedisce di sentirci veramente in amicizia con Dio. In questo modo non si può parlare di "rimanere" ma di "stare". Adesso "stai" qui ma tra un po' puoi stare da un'altra parte. E' una condizione fragile che si può perdere in qualunque momento. Il "rimanere", invece, è per definizione una condizione permanente. Io sto qui e qui rimango. Ma come è possibile non fare peccati? Non è possibile! Infatti. Il fatto è che lo stato di "impeccabilità" non è quello che Dio ci chiede. Dio ci chiede di non commettere il peccato e sa benissimo che continueremo a commettere i peccati. "Questo vi ho detto perchè la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena". Ecco lo scopo e il metro della rivelazione di Gesù. Lo scopo è la gioia. La gioia di sapere che non c'è più distanza tra noi e Dio, che il suo Spirito ci è dato e dato in abbondanza, che siamo figli amati e non servi spiati e sfruttati. Questa è la gioia di Gesù e questo è anche il metro per capire se rimaniamo in lui: se la nostra gioia è robusta, resistente ai colpi della vita, sicura che non c'è altro che faccia Dio felice come vederci felici, una gioia che vede al di là dell'apparenza ingannevole delle cose, che attende con speranza la rivelazione del senso della storia.

Gesù ci consegna quindi il suo unico comandamento: "questo è il mio comandamento". Il mio comandamento, non un mio comandamento. E' il suo comandamento, quello che lo caratterizza, che lo specifica rispetto agli altri.

"Che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici". E' una misura che ci può spaventare, ma non si tratta solo di una misura di quantità ma anche di qualità. In altre parole, non si tratta solo di amare fino a dare la vita ma anche di amare con le stesse motivazioni di Gesù, perchè vogliamo assomigliare al Padre. In un solo comandamento abbiamo la misura e lo stile: fino a dare la vita per gli amici e senza distinzione di persone, come fa il Padre "che manda la pioggia sui buoni e sui cattivi".

"Non vi chiamo più servi ma amici, perchè il servo non sa quello che fa il padrone". Ci saremmo aspettati una definizione diversa del rapporto servo-padrone. Per esempio basata sull'obbedienza, sulla paura o sulla sottomissione. Invece per Gesù l'importante è la conoscenza del modo di agire: il servo non sa come agisce il padrone, non sa quello che fa. Chi non è servo ma amico conosce, capisce il senso delle azioni.

Ecco un bel modo di verificare il nostro rapporto con Dio, di capire se siamo servi o amici. Se per noi il modo di agire di Dio è un mistero insondabile, se ci sentiamo in balia dei suoi capricci da onnipotenza, se ci sentiamo schiacciati dalla sua libertà di disporre come vuole della nostra vita significa che siamo servi. Se invece sappiamo che ogni sua azione è motivata dall'amore e questo è il nostro criterio di lettura e di comprensione della nostra storia personale e della storia del mondo, significa che siamo amici.

Essere amici è molto più bello.

 
 
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